CONTOS & CRÓNICAS – CRONACHE FAMILIARI – por Anna Rosa Scrittori
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Sono stata compagna e moglie di Silvio Castro per quasi 50 anni. Paradossalmente la nostra unione è il risultato di una totale differenza di temperamento e senso della vita, un difficile equilibrio tra opposte tendenze radicate nelle abitudini di paesi culturalmente lontani tra di loro, quali il Brasile e l’Italia. All’età di circa trenta anni, Silvio fece il tragitto opposto a quello dei molti italiani che, dopo la prima guerra mondiale, avevano cercato fortuna in Sud America; nel 1962, infatti accettò la proposta di venire in Italia per insegnare all’università la lingua e la letteratura del suo paese, cosa che poi ha fatto per tutta la vita. La sua infanzia era trascorsa in un piccolo centro dello stato di Rio chiamato Aranjeras. Di quei primi anni gli erano rimasti impressi personaggi, eventi e sapori che la memoria rendeva straordinari. Assaporava ancora, per esempio, le bibite fresche, profumate di melone, preparate dalla mamma di Lelia una ragazzina (ricca) sua amica; si rammaricava delle cadute da cavallo, spesso rovinose, che gli avevano impedito di imparare a cavalcare; si vantava dell’amicizia di Manel Angu, il macchinista dell’unico treno che sostava all’Aranjeras, quando il bambino veniva ammesso nella nera cabina di comando del treno, chiamato appunto “Maria Fumaza”. Tra la folla dei molti parenti che frequentavano la sua casa, la sua era una famiglia allargata che aveva accolto anche parenti poveri, i suoi preferiti erano Tio Sidney e vovo Antenor che a un certo punto della sua vita aveva sviluppato tale inimicizia verso la moglie, vovo Anninha di origine svizzera, da non ammetterla neanche al suo letto di morte. Quella di Silvio era una famiglia composta da persone con diverse radici: accanto a chi vantava origini portoghesi o europee, altri provenivano da Bahia, dunque da un ceppo indigeno. In ogni caso, in un gruppo così vario le figure maschili, il padre, gli zii, I fratelli erano quelle dominanti. Nell’ambiente stimolante di Rio le qualità di quei giovani ragazzi si esaltarono. Silvio frequentò il collegio gesuita di San Bento dove eccelleva per le sue capacità di scrittura, tanto che spesso passava a un compagno una seconda versione del tema di portoghese assegnato, in cambio della soluzione di un prossimo compito di matematica, materia in cui era meno dotato. In quegli anni strinse amicizie maschili, che durarono tutta la vita, fece le prime esperienze amorose, si laureò in filosofia e poi in legge, ma soprattutto diede prova dei suoi interessi culturali nelle prime pubblicazioni; in definitiva la vivacità culturale di Rio in quegli anni, era l’humus ideale per il temperamento di un intellettuale che amava la scrittura e il calcio, interessi che gli hanno guadagnato consensi e simpatie anche nella sua vita italiana.
Quando lo conobbi anch’io rimasi colpita dalla sua vitalità e fantasia, anche se il mio carattere era all’opposto: sono nata in Romagna, una regione dalle forti tradizioni anarco-socialiste e contemporaneamente sede di un cattolicesimo conservatore. La mia famiglia era molto speciale perché le donne di casa contribuivano fattivamente, con il loro lavoro, alla gestione familiare. Tale situazione, poco frequente in quegli anni, era per la mia famiglia una consuetudine di vecchia data ; infatti dopo il 1918, quando il marito era tornato dalla prima guerra mondiale con problemi di salute, mia nonna, aveva conseguito il diploma di ostetrica e aveva cominciato a contribuire alla vita della famiglia esercitando quella professione con grande successo, cosa che le aveva permesso di dare alle figlie quella educazione superiore che a lei era stata negata. Così mia madre, dopo la morte di mio padre nella seconda guerra mondiale, era tornata nella famiglia originaria, ma aveva continuato a svolgere il suo lavoro di maestra. Da quelle donne straordinarie, cattoliche convinte, anzi rigorose, ho appreso un forte senso del dovere e la necessità di farsi strada nella vita. Dal nonno invece e dalla sua fede di laico, socialista e antifascista spesso perseguitato, ho imparato il civismo e il bisogno di libertà. Accanto al nonno Andrea, nell’aprile del 1945 (avevo quattro anni) ho assistito, dalla porta di casa, alla sfilata delle truppe britanniche giunte ormai vittoriose nel nostro paese (Lugo), dopo l’offensiva finale contro l’esercito nazifascista; con lui mi sono stupita e meravigliata osservando la truppa di fanti che chiudeva la parata di carri armati e jeep; quei giovani, vestiti all’orientale con divise colorate e turbanti, erano indiani, sudditi dell’impero Britannico!!!. Negli anni successivi alla guerra, le opinioni di mio nonno e dei suoi amici socialisti sull’attualità politica, il fronte popolare, la legge truffa, il ministero Scelba… hanno influenzato fortemente la mia formazione di liceale. Trasferitami a Venezia, la mia ingenuità di provinciale male si accordava con la cultura aristocratica e oligarchica della città, ma gli studi di anglistica e il matrimonio con Silvio mi hanno dato una “maturità” in senso internazionale che mi è molto cara.
Dei tanti anni passati con Silvio voglio ricordare la moltissime discussioni linguistiche che segnavano le nostre giornate: Silvio aveva imparato l’italiano molto bene, ma nel suo discorso affioravano talvolta delle costruzioni tipiche del portoghese; tuttavia alle mie rimostranze che “sempre che e “tutto che “ erano forme scorrette per “ogni volta che” , e “tutto quello che”, rispondeva che io avevo un concetto troppo rigido e normativo della grammatica italiana mentre nel parlare bisogna essere creativi. Sarà per questo che, ad un certo punto della sua lunga vita in Italia, Silvio ha iniziato a contaminare, nei suoi scritti, il portoghese con l’ italiano!!!… Le nostre discussioni più accese, però riguardavano la lingua inglese. Silvio aveva studiato l’inglese per sette anni con pessimi risultati. Nei nostri soggiorni londinesi (studiavamo alla British Library), le serate al pub mettevano spesso in discussione il suo orgoglio maschile, perché, per quanto si sforzasse di pronunciarlo correttamente, l’ordine “half a pint of bitter and a fruit juice” gli usciva storpiato e i ragazzi dietro al banco di mescita lo guardavano attoniti. La prima sera disse “Ralf a pint (la sua pronuncia gutturale della r aveva messo in campo un nome proprio…); la seconda sera chiese “calf a pint” (per cui un povero vitello veniva misurato in pinte..) La terza sera, però, si diede per vinto: si sedette al tavolino al posto mio e, fra l’ilarità generale, mi ordinò tranquillamente, mangiandosi l’h “alf a pint of bitter etc e da allora in poi, contravvenendo alle regole del pub, fui sempre io a ordinare da bere al banco e a portarlo al tavolo.